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La sua produzione pittorica sembra incarnare, attraverso uno sguardo tutto contemporaneo, una rinnovata visione estetica romantica che, fondata sulla sintesi di nuovi accostamenti cromatici liberi, esalta la dimensione interiore dell’uomo. Agendo sull’interiorità di ciascuno, lascia, in questo modo, ri-affiorare il sentimento del Sublime. Asteriti, dopo un’attenta e introspettiva osservazione della realtà, rielabora e trasfigura ciò che ha osservato. La dimensione della mimesis del visibile viene sapientemente superata, trasformandosi, a poco a poco, e liberandosi dalla sua concretezza e fisicità. Il vero viene così risolto attraverso una sintesi perfetta, mantenendo solo la presenza del richiamo di due elementi: la terra e il cielo, la fisicità e la spiritualità, l’ascesa e la discesa. Gli estremi, di confine opposto, hanno il ruolo privilegiato di avvicinare l’uomo, il suo pensiero e il suo sguardo al concetto di limite e, allo stesso tempo, d’infinito. Il protagonista indiscusso in questo processo di trasfigurazione è sicuramente il colore, sapientemente gestito sia nella sua elevata saturazione che nelle tonalità più tenui, sia nelle sue superfici monocrome che nelle sue modulazioni lineari. Nonostante il carattere evanescente dell’opera, la sua pittura si rende visibile mediante un corpo intenso, ma allo stesso tempo capace di perdere il peso del gesto della pennellata. Durante l’atto artistico, infatti, il colore sembra quasi abbandonare la sua struttura fisica e, mentre le forme si dissolvono e gli spazi cessano di essere percepibili, si genera una composizione sospesa tra spazio e tempo. Le forme lasciano posto al colore che, ora libero di dichiarassi nella sua dimensione ontologica, è capace di varcare le dimensioni più inaccessibili, superando in questo modo il semplice dato fenomenico. La presenza della luce è un altro aspetto fondamentale e costitutivo dell’opera; questa, infatti, permette di enfatizzare il carattere di attesa e di sospensione della composizione, accompagnando il nostro sguardo all’interno delle frequenze di nuovi orizzonti narrativi. Le superfici delle opere di Asteriti, grazie a questa incessante modulazione e raffinata fusione tra colore e luce, manifestano infinite vibrazioni e declinazioni cromatiche. Si genera, così, un legame intenso, non solo a livello visivo, ma anche emotivo. La tela diviene luogo d’incontro tra l’emozione, che guida e controlla l’artista durante il suo processo creativo, e i sentimenti dell’osservatore nel corso della fruizione. Le sue opere, così formalmente astratte, si rendono, tuttavia, metaforiche finestre aperte sull’immensità riassunta dal colore. La realtà su cui l’osservatore si affaccia, però, non rimanda al mondo fisico, ma piuttosto a spazi evocativi delle nostre singolari coscienze. Di fronte alle sue tele siamo chiamati più che a cercare qualcosa fuori da noi a scavare nella nostra intimità. L’artista invita il visitatore a immergersi e a smarrirsi in un clima silenzioso di contemplazione, perché a volte è necessario perdersi per poi ritrovare se stessi.

Biennale d’arte di Alessandria, OMNIA III edizione. Frequenze in superficie. Matteo Galbiati, 2022

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Dove l’universale incontra la visione interiore di chi osserva

Tra le varie vocazioni demandate all’opera d’arte, in quanto veicolo di messaggi, spesso si riporta il tentativo di raccontare qualcosa di universale, che riguardi l’intera umanità, in cui ciascuno possa riconoscere un pezzo di sé e della sua personale esperienza. Se però tutto parte dall’idea di un singolo artista, il messaggio, seppure universale, è fin dal principio contaminato dalla sua soggettività, vivo motore di tutte le sue opere d’arte. Si tratta di una riflessione che in ogni epoca storica, tenendo conto dei linguaggi artistici e dei rispettivi interpreti, emerge, non riuscendo mai, però, a giungere ad un punto d’arrivo; non esiste, infatti, un calcolo scientifico per stabilire la percentuale di universalità e di soggettività corrette al fine di ottenere un’opera d’arte bilanciata, soprattutto nell’arte contemporanea, figlia di un’epoca in cui ogni giorno l’autoreferenzialità assume gradi sempre più elevati. L’equilibrio di questa atavica tensione sembra averlo trovato Vittorio Asteriti (Crotone, 1984) che riesce, con il colore, a far entrare l’osservatore all’interno dei suoi dipinti attraverso linee colorate parallele o campiture di colore che non descrivono nulla ma, piuttosto, evocano. Nelle tele di Asteriti non si può parlare né di astrazione né di forma perché è come se osservandole si scorgesse qualcosa di altro rispetto al dipinto stesso: osservando gli orizzonti di Asteriti si ha la percezione che si tratti di orizzonti ma, proprio in quanto tali, non vi è un confine netto e definito perché contemporaneamente l’osservatore riconosce l’orizzonte, e di conseguenza l’immagine descrittiva che nella sua mente fa riferire al termine “orizzonte”, ma poi, dopo qualche breve istante, reinterpreta lo stesso soggetto sulla tela in base alla sua esperienza personale legata ad esso. L’orizzonte diventa quindi un pretesto per fermarsi a riflettere su ciò che di più personale l’osservatore porta dentro di sé e con cui, quotidianamente, è chiamato a fare i conti. Lo stesso accade con quelle che l’artista chiama “le righe”, linee di colori diversi realizzate a mano libera dove l’elemento cromatico si fa materia, oggetto e sintesi, e dove la luce compie il tentativo di unirsi al colore creando una sorta di ambiente fisico in cui l’osservatore può simbolicamente e poeticamente entrare. Le realtà nelle opere di Vittorio Asteriti sono quindi molteplici: la realtà di ciò che nel dipinto è rappresentato, la realtà universale che quel determinato soggetto/oggetto può evocare, la realtà che il dipinto crea dentro l’osservatore, che sarà necessariamente diversa rispetto a quella che creerà in un altro, non in una logica di libertà assoluta o anarchia nei confronti dell’opera e del suo messaggio ma, piuttosto, nel desiderio dell’opera, e prima ancora dell’artista, di accompagnare chi osserva ad una riscoperta del micro-cosmo che contiene dentro di sé, un viaggio intimo e personale a partire da una visione che è, prima di tutto, una visione interiore.

Espoarte_111, Speciale pittura nuove generazioni. Serena Filippini, 2020

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Un gruppo di scienziati dell’Imperial college di Londra annunciò un anno fa che sarebbe stato possibile ottenere materia dalla luce. Una notizia sorprendente, ma non certo una novità per il mondo della scienza. È stato questo, infatti, un orizzonte che già molti studiosi del ‘900 hanno cercato di raggiungere dopo che Einstein formulò la famosa equazione E=mc2. L’arte, invece, ha da sempre tentato di decifrare questo imprescindibile legame che regola l’esistenza. Sin da quando l’uomo avvertì l’esigenza di rappresentare la realtà e, quindi, riprodurre quel fascio di luce che delinea la materia e i suoi colori. Nell’arte di Vittorio Asteriti si percepisce questo tentativo ancestrale di ricongiungere luce e materia. E questo trasforma la sua pittura in una costante ricerca di un orizzonte impossibile da raggiungere, ma facile da percepire attraverso la natura astratta delle sue rappresentazioni. Il colore è la materia stessa, quella che riproduce con estrema fedeltà l’evanescenza dell’orizzonte fra cielo e terra. L’arte di Asteriti lascia la possibilità all’osservatore di riflettere l’opera attraverso le proprie sensazioni, ma lo porta al contempo ad attingere dagli stato d’animo che ne sottendono la produzione. Nel bianco della tela si staglia il concetto più puro di luce, senza che questa rimanga isolata dalla materia perché è compito suo protendere verso un orizzonte sensoriale. I materiali e le loro sfumature cromatiche allora servono a tracciare i solchi in un paesaggio che ha la pretesa del reale, ma è trasferito nell’Iperuranio. Lo stile e la tecnica di Asteriti rispettano la lezione impartita dagli astrattisti del secolo scorso, reinterpretandone i contenuti in chiave assai raffinata. La chiave di lettura per ogni opera di Asteriti è dunque affidata a chi ne fruisce, creando così un legame empatico con l’osservatore che avverte su di sé tutta la fiducia riposta dall’artista verso il mondo esteriore rappresentato.

Giuliano Carella, 2015