Nelle creazioni di Vittorio Asteriti la superficie diviene un terreno fertile per la pura esplorazione visiva. La serie intitolata Linee si configura come un’applicazione rigorosa di ordine e sensibilità, in cui l’intera superficie è satura di una tessitura densa di strisce verticali, tutte perfettamente in asse. L’artista abbandona qualsiasi traccia di racconto esplicito per privilegiare una gestione sapiente della luminosità e della saturazione, inducendo una sensazione di quasi-vibrazione. Il dipinto cessa di essere un oggetto passivo per diventare uno strumento che stimola i sensi: la visione dell’osservatore è impegnata in un’interazione costante, oscillando tra il dettaglio e la visione d’insieme. Avvicinandosi, si è rapiti dalle sottili irregolarità della texture e dalla profondità del pigmento; ma quando ci si allontana, il fitto susseguirsi delle cromie innesca una sorta di armonia visiva, un fenomeno di interferenza luminosa che evoca una cadenza ritmica e temporale, come se ogni segmento di colore fosse un frammento di tempo isolato che entra in risonanza con gli altri in una continuità quasi melodica. Asteriti, infatti, traccia segmenti cromatici paralleli, meticolosamente orientati in verticale. Questi toni si succedono con una combinazione di razionalità compositiva e fervore emotivo. La successione di questi intervalli stabilisce un ritmo serrato e dinamico: il quadro si presenta come uno spartito musicale, un’esaltante sfida creativa. L’incessante variazione dei colori porta l’occhio a perdersi tra le fasce che scandiscono il tempo dell’opera.
Segnonline, Oltre la linea, Enzo Battarra, 2025
Vittorio Asteriti, nella serie Linee crea un’indagine sulle possibilità espressive della successione cromatica e formale, dove la tela è interamente occupata da una fitta sequenza di linee verticali di larghezza variabile, ma rigorosamente allineate. Senza schema apparente, bensì una distribuzione equilibrata di saturazione e luminosità, che crea un effetto ottico quasi tattile. Il ritmo cromatico delle sue tele evocano una scansione del tempo, come in una successione di attimi o una partitura musicale, dove ogni striscia diviene un’unità temporale autonoma ma in relazione alle sue vicine. L’opera richiede un coinvolgimento attivo dello spettatore che, avvicinandosi o allontanandosi, modifica continuamente le condizioni di lettura cromatica. A distanza ravvicinata emerge il dettaglio delle texture e delle imperfezioni pittoriche, mentre da lontano si percepisce un effetto di vibrazione ottica, quasi musicale, dovuto all’alternarsi rapido dei colori.
Febo & Dafne, Oltre la linea, Carina Leal, 2025
Traccia linee Vittorio Asteriti, segmenti cromatici paralleli. Sono linee allineate verticalmente, sono colori che si succedono secondo logica e passione. Le scansioni danno un ritmo incalzante, il quadro è una partitura musicale, un gioco creativo. I colori si succedono variando continuamente, fino a far perdere l’occhio tra le barre che dettano il tempo.
CASA TURESE ARTE CONTEMPORANEA, Decennale. Enzo Battarra, 2023
Le strisce di colore sono ritmo, massa, verticalità o orizzontalità, vibrano per gli accostamenti di Vittorio Asteriti che con l’apparente oggettività delle cromie, genera spazi comunicanti tra anima e mondo.
Simone Azzoni, 2023
La sua produzione pittorica sembra incarnare, attraverso uno sguardo tutto contemporaneo, una rinnovata visione estetica romantica che, fondata sulla sintesi di nuovi accostamenti cromatici liberi, esalta la dimensione interiore dell’uomo. Agendo sull’interiorità di ciascuno, lascia, in questo modo, ri-affiorare il sentimento del Sublime. Asteriti, dopo un’attenta e introspettiva osservazione della realtà, rielabora e trasfigura ciò che ha osservato. La dimensione della mimesis del visibile viene sapientemente superata, trasformandosi, a poco a poco, e liberandosi dalla sua concretezza e fisicità. Il vero viene così risolto attraverso una sintesi perfetta, mantenendo solo la presenza del richiamo di due elementi: la terra e il cielo, la fisicità e la spiritualità, l’ascesa e la discesa. Gli estremi, di confine opposto, hanno il ruolo privilegiato di avvicinare l’uomo, il suo pensiero e il suo sguardo al concetto di limite e, allo stesso tempo, d’infinito. Il protagonista indiscusso in questo processo di trasfigurazione è sicuramente il colore, sapientemente gestito sia nella sua elevata saturazione che nelle tonalità più tenui, sia nelle sue superfici monocrome che nelle sue modulazioni lineari. Nonostante il carattere evanescente dell’opera, la sua pittura si rende visibile mediante un corpo intenso, ma allo stesso tempo capace di perdere il peso del gesto della pennellata. Durante l’atto artistico, infatti, il colore sembra quasi abbandonare la sua struttura fisica e, mentre le forme si dissolvono e gli spazi cessano di essere percepibili, si genera una composizione sospesa tra spazio e tempo. Le forme lasciano posto al colore che, ora libero di dichiarassi nella sua dimensione ontologica, è capace di varcare le dimensioni più inaccessibili, superando in questo modo il semplice dato fenomenico. La presenza della luce è un altro aspetto fondamentale e costitutivo dell’opera; questa, infatti, permette di enfatizzare il carattere di attesa e di sospensione della composizione, accompagnando il nostro sguardo all’interno delle frequenze di nuovi orizzonti narrativi. Le superfici delle opere di Asteriti, grazie a questa incessante modulazione e raffinata fusione tra colore e luce, manifestano infinite vibrazioni e declinazioni cromatiche. Si genera, così, un legame intenso, non solo a livello visivo, ma anche emotivo. La tela diviene luogo d’incontro tra l’emozione, che guida e controlla l’artista durante il suo processo creativo, e i sentimenti dell’osservatore nel corso della fruizione. Le sue opere, così formalmente astratte, si rendono, tuttavia, metaforiche finestre aperte sull’immensità riassunta dal colore. La realtà su cui l’osservatore si affaccia, però, non rimanda al mondo fisico, ma piuttosto a spazi evocativi delle nostre singolari coscienze. Di fronte alle sue tele siamo chiamati più che a cercare qualcosa fuori da noi a scavare nella nostra intimità. L’artista invita il visitatore a immergersi e a smarrirsi in un clima silenzioso di contemplazione, perché a volte è necessario perdersi per poi ritrovare se stessi.
Biennale d’arte di Alessandria OMNIA III edizione. Frequenze in superficie. Matteo Galbiati, 2022
Dove l’universale incontra la visione interiore di chi osserva
Tra le varie vocazioni demandate all’opera d’arte, in quanto veicolo di messaggi, spesso si riporta il tentativo di raccontare qualcosa di universale, che riguardi l’intera umanità, in cui ciascuno possa riconoscere un pezzo di sé e della sua personale esperienza. Se però tutto parte dall’idea di un singolo artista, il messaggio, seppure universale, è fin dal principio contaminato dalla sua soggettività, vivo motore di tutte le sue opere d’arte. Si tratta di una riflessione che in ogni epoca storica, tenendo conto dei linguaggi artistici e dei rispettivi interpreti, emerge, non riuscendo mai, però, a giungere ad un punto d’arrivo; non esiste, infatti, un calcolo scientifico per stabilire la percentuale di universalità e di soggettività corrette al fine di ottenere un’opera d’arte bilanciata, soprattutto nell’arte contemporanea, figlia di un’epoca in cui ogni giorno l’autoreferenzialità assume gradi sempre più elevati. L’equilibrio di questa atavica tensione sembra averlo trovato Vittorio Asteriti (Crotone, 1984) che riesce, con il colore, a far entrare l’osservatore all’interno dei suoi dipinti attraverso linee colorate parallele o campiture di colore che non descrivono nulla ma, piuttosto, evocano. Nelle tele di Asteriti non si può parlare né di astrazione né di forma perché è come se osservandole si scorgesse qualcosa di altro rispetto al dipinto stesso: osservando gli orizzonti di Asteriti si ha la percezione che si tratti di orizzonti ma, proprio in quanto tali, non vi è un confine netto e definito perché contemporaneamente l’osservatore riconosce l’orizzonte, e di conseguenza l’immagine descrittiva che nella sua mente fa riferire al termine “orizzonte”, ma poi, dopo qualche breve istante, reinterpreta lo stesso soggetto sulla tela in base alla sua esperienza personale legata ad esso. L’orizzonte diventa quindi un pretesto per fermarsi a riflettere su ciò che di più personale l’osservatore porta dentro di sé e con cui, quotidianamente, è chiamato a fare i conti. Lo stesso accade con quelle che l’artista chiama “le righe”, linee di colori diversi realizzate a mano libera dove l’elemento cromatico si fa materia, oggetto e sintesi, e dove la luce compie il tentativo di unirsi al colore creando una sorta di ambiente fisico in cui l’osservatore può simbolicamente e poeticamente entrare. Le realtà nelle opere di Vittorio Asteriti sono quindi molteplici: la realtà di ciò che nel dipinto è rappresentato, la realtà universale che quel determinato soggetto/oggetto può evocare, la realtà che il dipinto crea dentro l’osservatore, che sarà necessariamente diversa rispetto a quella che creerà in un altro, non in una logica di libertà assoluta o anarchia nei confronti dell’opera e del suo messaggio ma, piuttosto, nel desiderio dell’opera, e prima ancora dell’artista, di accompagnare chi osserva ad una riscoperta del micro-cosmo che contiene dentro di sé, un viaggio intimo e personale a partire da una visione che è, prima di tutto, una visione interiore.
Espoarte_111, Speciale pittura nuove generazioni. Serena Filippini, 2020
Anche nel campo dell’arte, spesso l’apparenza inganna, e il caso di Vittorio Asteriti ne è un esempio palese. Infatti, definire la sue opere “astratte” a causa della pressoché totale assenza della forma e la supremazia del colore, equivarrebbe ad una sin troppo facile classificazione. Sebbene, sin dall’inizio della sua ricerca, il colore, sia stato sempre l’assoluto protagonista, declinato in forme e modi diversi, in un percorso estremamente coerente nel tempo, i lavori dell’artista non sono e non sono mai stati semplici virtuosismi tecnici. La mostra Orizzonti, propone un percorso tra le opere degli ultimi anni, in cui Vittorio Asteriti ha raggiunto il livello massimo di sintesi del colore, separandolo dalla materia con cui precedentemente era un tutt’uno, per liberarlo sulla tela in modo leggero, fino all’evanescenza dell’olio e al rigore dell’inchiostro fotografico. Considerando che abitiamo la società 4.0, caratterizzata dal trionfo delle nuove tecnologie e dalla deflagrazione delle prospettive tradizionali, è normale che anche paure, obiettivi ed orizzonti siano mutati rispetto al passato. Se prima la natura era la misura di tutte le cose, il parametro con cui rapportarsi per acquisire coscienza di sé, ora la situazione è cambiata perché il confronto con l’esterno, ha ceduto il passo all’autoreferenzialità. Al di là della natura. Il punto è che l’essere umano, oggi, deve fare i conti prima di tutto con sé stesso e proprio da qui scaturisce una nuova concezione del sublime. Perché la consapevolezza dei nostri limiti e della nostra reale posizione nel mondo si scontra con entità non più misurabili, che vanno dal flusso dei dati, allo scorrere inesorabile del tempo, all’impossibilità materiale di tradurre tutte le conoscenze conquistate in un benessere diffuso e non solo destinato a pochi fortunati. Oggi, ciò che più intimamente appesantisce l’animo umano non è un agente esterno e trascendente ma sono realtà immanenti, invisibili, spesso psicologiche ed inconsce. In questa luce, e considerando che l’Orizzonte è anche un modo figurato per riflettere sul concetto di limite o confine, le opere di Vittorio Asteriti smettono di essere dei semplici quadri astratti per trasformarsi in finestre che si aprono su degli Orizzonti, fatti di sbuffi di colore, linee e monocromi, fino ad arrivare alla linea di confine per eccellenza, quella che separa il cielo dal mare. Un distesa che, nella ricerca di Vittorio, solitamente dedito alle cromie, diventa qui omogenea, color petrolio, perdendo il contatto con la realtà che deflagra totalmente nell’incontro con cieli dalle tonalità aspre e fluo. E proprio perché si tratta di paesaggi interiori, immaginati più che realmente vissuti tutte le opere di Vittorio Asteriti sono nominate esclusivamente con il codice del pigmento che li caratterizza, per lasciare il visitatore libero di sviluppare una sua personale interpretazione.
Orizzonti, Ludovica Palmieri, 2019
Un gruppo di scienziati dell’Imperial college di Londra annunciò un anno fa che sarebbe stato possibile ottenere materia dalla luce. Una notizia sorprendente, ma non certo una novità per il mondo della scienza. È stato questo, infatti, un orizzonte che già molti studiosi del ‘900 hanno cercato di raggiungere dopo che Einstein formulò la famosa equazione E=mc2. L’arte, invece, ha da sempre tentato di decifrare questo imprescindibile legame che regola l’esistenza. Sin da quando l’uomo avvertì l’esigenza di rappresentare la realtà e, quindi, riprodurre quel fascio di luce che delinea la materia e i suoi colori. Nell’arte di Vittorio Asteriti si percepisce questo tentativo ancestrale di ricongiungere luce e materia. E questo trasforma la sua pittura in una costante ricerca di un orizzonte impossibile da raggiungere, ma facile da percepire attraverso la natura astratta delle sue rappresentazioni. Il colore è la materia stessa, quella che riproduce con estrema fedeltà l’evanescenza dell’orizzonte fra cielo e terra. L’arte di Asteriti lascia la possibilità all’osservatore di riflettere l’opera attraverso le proprie sensazioni, ma lo porta al contempo ad attingere dagli stato d’animo che ne sottendono la produzione. Nel bianco della tela si staglia il concetto più puro di luce, senza che questa rimanga isolata dalla materia perché è compito suo protendere verso un orizzonte sensoriale. I materiali e le loro sfumature cromatiche allora servono a tracciare i solchi in un paesaggio che ha la pretesa del reale, ma è trasferito nell’Iperuranio. Lo stile e la tecnica di Asteriti rispettano la lezione impartita dagli astrattisti del secolo scorso, reinterpretandone i contenuti in chiave assai raffinata. La chiave di lettura per ogni opera di Asteriti è dunque affidata a chi ne fruisce, creando così un legame empatico con l’osservatore che avverte su di sé tutta la fiducia riposta dall’artista verso il mondo esteriore rappresentato.
Materia, Giuliano Carella, 2015